GAFA è una parola francese, acronimo delle più importanti compagnie tecnologiche del mondo: Google, Apple, Facebook e Amazon. Il termine appare nel 2012 su Le Monde’s economics e viene utilizzato prevalentemente per indicare tasse o dati personali, spesso non rispettati e/o violati. In Francia, tale acronimo viene utilizzato anche per manifestare il poco amore verso le società di business americane, spesso note per una politica di raccolta dati invadente oltre i limiti del rispetto della privacy.

Come si comporta l’Italia nei confronti della web tax?

Al momento a rilento. Fabrizia Lapecorella, direttore generale delle finanze del MEF, spiega che non è arrivata nessuna proposta europea in merito e sottolinea inoltre che l’Italia si qualifica campione d’Europa perché l’unica con una tassazione dell’economia digitale.

A livello comunitario, il commissario degli affari economici ha deciso di non ritirare la proposta di tassazione comunitaria e pertanto la sua discussione è stata rimandata a giugno 2019.

E l’Europa?

In assenza del raggiungimento di un accordo al livello europeo, Parigi ha deciso di procedere da sola, tassando i giganti del web che ormai da troppi anni eludono il fisco. La cosiddetta 'tassa sui GAFA' presentata in consiglio dei ministri dal responsabile dell'Economia, Bruno Le Maire, prevede un livello di imposizione equivalente al 3% del fatturato per i colossi del web radicati sul territorio della République.

Le PMI non possono pagare più tasse rispetto ai colossi del web!” Questa visione democratica sembra aver accolto anche il consenso dei cittadini ai quali è stato raccontato che nell’anno 2019, tale operazione dovrebbe portare nelle casse francesi 400 milioni di euro. A confermare tale disparità di tassazione è la stessa Commissione UE che dalle sue ricerche, testimonia che il tasso di imposizione medio delle multinazionali del web è del 9% contro il 23% delle aziende europee.

La tassa GAFA, che prevedeva una imposizione del tasso del 3% per le aziende digitali con un fatturati superiore a 750 milioni di euro a livello globale è stata rifiutata a livello europeo da Irlanda, Svezia, Danimarca e Finlandia. Tale tassa riguarda le pubblicità on line e la vendita di dati personali degli utenti.

In attesa di un provvedimento internazionale è possibile affermare che tutte le scelte messe in atto sono solo provvisorie, finché non verrà emanato un decreto a livello internazionale.

Importante diventa una maggiore consapevolezza dei costi del mercato del web e della ricchezza dei dati personali. In linea col pensiero Brix Smart Research, anche questo racconto di attualità e fisco, conferma che le informazioni sono la ricchezza del terzo millennio. Privacy, ricerche e big data tornano ad essere i protagonisti di una Europa in continua evoluzione, oltre che della totalità di un mondo sempre più connesso, controllato e spesso violato.

Come proteggere i propri dati? Come avere la certezza della veridicità di un risultato? Tali argomenti verranno trattati nei prossimi articoli mediante la presentazione di diversi casi di studio.

Tuttavia, i più curiosi hanno la possibilità di scrivere una e-mail a info@brix-research.com, indicando bisogni, quesiti e necessità.

Articolo a cura di Fabiana Ielacqua – redazione Brix Smart Research